Eleonora, tra interpretazione e ricerca

La fotografia di moda non è mai soltanto posa: è dialogo, riflessione e continua ridefinizione di sé. In questa intervista Eleonora racconta il suo percorso con uno sguardo profondo e lucido, attraversando i temi dell’interpretazione, della relazione con il fotografo, del legame con lo spazio e della gestione della propria immagine pubblica. Ne emerge il ritratto di un’artista-intérprete che vive il set come luogo di scambio e di ricerca, capace di trasformare vulnerabilità e disciplina in materia creativa.

Quando sei davanti alla camera ti senti più autrice o interprete dell’immagine? Raccontami un momento in cui una tua scelta (gesto, ritmo, micro-espressione) ha spostato la fotografia, e da quale intuizione artistica è nata.
Io sono un’interprete, l’autore è sempre il fotografo; io sono il suo mezzo d’espressione. Per far si che questo accada c’è bisogno di una connessione tra le due parti che permetta a me d’esprimere nella mia forma quello che l’artista richiede. Mi definrei un’interprete attiva, o un’interprete a specchio. A meno che l’idea della fotografia non sia mia, in quel caso chiedo al fotografo solo assistenza tecnica, io divento autore, interprete, direttore artistico…chiedo solo un’aiuto tecnico per far si che la mia idea prenda forma. La mia immagine è sempre stata connessa ad una figura androgina, e mi sono sempre stati richiesti gesti, ritmi ed espressioni che seguissero questo linea, fino a quando non sorrido. La mia figura non è legata alla dolcezza e all’allegria del sorriso commerciale, ma quando poi si accorgono che c’è anche quello l’energia cambia, la visione cambia, la fotografia si sposta.

Il tuo background in arte e geografia ti dà un’attenzione speciale ai luoghi: come spazio, luce e clima cambiano il tuo modo di stare in foto? Se dovessi disegnare un tuo “atlante sensoriale”, quali coordinate metteresti (materiali, rumori, odori, linee)?
C’è una parte pratica di luce invasiva che non ti fa tenere gli occhi aperti e il freddo purtroppo mi inibisce. Per quanto riguarda invece la mia mappa sensoriale e culturale, il tatto è al centro della sensibilità. Nella mia testa io tratto l’immagine cose se fosse in tre dimensioni. Sicuramente l’audio è la forse d’arte più immediata a trasmettere energia, cerco di muovere la geometria dell’immagine(punto a cui do vitale importanza) attraverso queste frequenze.

Come trasformi la vulnerabilità in materiale di lavoro? Hai rituali o pratiche (respirazione, scrittura breve, movimento) che usi per arrivare al tono emotivo giusto prima di uno scatto, e come si riflettono nelle immagini finali?
E’ un lavoro che ho fatto nel tempo, studiando la mia immagine. Connettendo i pensieri alla materia, osservando come reagiva il mio corpo involontariamente a determinati input interiori. La pratica lo fa di diventare immediato, bastano piccoli pensieri per cambiare espressione, si prende confidenza con se stessi e non si ha bisogno di rituali, anche se è un lavoro costante. Si cambia, si invecchia, ci si riscopre di continuo.

Da visual researcher/writer, editi costantemente il tuo sé pubblico. Quali parti scegli di non mostrare mai e perché? Qual è la tua metrica di autenticità quando devi bilanciare narrazione personale, estetica e richieste di brand?
Cerco di esprimermi senza parlare del me personale, di esporre concetti generici. Non mostro mai la mia casa, quello che faccio o dove sono. Trovo una grande intrusione il fatto che degli sconosciuti conoscano le mie mosse più intime. Mostro il bello, l’estetica è il fuoco della mia comunicazione e questo è un punto a favore per qualsiasi brand. La mia visione.

Dalle sue parole appare chiaro come la professione di modella non si esaurisca nel mostrarsi, ma richieda studio, sensibilità e visione. Ogni gesto è il risultato di un lavoro costante su di sé, ogni scatto è il punto d’incontro tra tecnica ed emozione. Eleonora ci ricorda che il vero valore di un volto sta nella capacità di abitare le immagini con autenticità, mantenendo equilibrio tra linguaggio personale e richieste del mercato. Una consapevolezza che rende il suo percorso non solo professionale, ma profondamente artistico.